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Dettagli del messaggio: L'ultima sfida: la democrazia economica

08.06.08

L'ultima sfida: la democrazia economica

Permalink - 22:20:09, Categorie: Cultura - [Ineffabile] Italian (IT)

Tra i temi bi-partisan su cui ci piacerebbe vedere impegnata l’attuale legislatura, da più parti definita “costituente”, c’è anche quello della riforma partecipativa. A dirlo non siamo solo noi, inguaribili sostenitori della cogestione e dell’applicazione del dettato costituzionale, che riconosce &ldq uo;il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. L’invito è venuto, nei giorni scorsi, dal leader della Cisl Raffaele Bonanni, da sempre sostenitore della partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, che ha accolto, con soddisfazione, un’apertura del Ministro del Welfare Maurizio Sacconi.

In un’intervista al “Corriere della sera”, il Ministro aveva parlato di “lavoratori-azionisti”, sottolineando l’essenza interclassista del governo e la volontà di inaugurare “una fase post ideologica nella quale lavoratori e imprenditori condividono obiettivi e risultati”. In realtà lo stesso Sacconi si è subito affrettato, nel le ultime ore, a rettificare possibili interpretazioni “estensive”, specificando come sarebbe una contraddizione se una forma di partecipazione dei lavoratori si realizzasse in termini ostili alla proprietà , mentre quello che conta è realizzare il modello collaborativo e all'interno di esso sviluppare l'idea che i lavoratori oltre che partecipare ai profili negativi del rischio d'impresa, possano partecipare anche a quelli positivi dello stesso rischio.Rimane comunque la sostanza del tema, che ha aperto anche significative crepe all’interno del Pd, diviso tra il disincanto dei vecchi diessini e la disponibilità dell’ala cattolico-riformista. Siamo evidentemente alle prime battute.

Ciò che più conta, in sieme al trasversalismo che il tema provoca, è che non si parte da zero. E non solo perché, nella scorsa legislatura sono state presentate diverse proposte di legge sull’argomento. Il tema della partecipazione ha, nel nostro Paese, una grande tradizione, complessa e culturalmente trasversale, che affonda nella Dottrina Sociale della Chiesa, interessa il mazzinianesimo, anima l’esperienza futurista, tocca il fascismo, si trasferisce nel dettato costituzionale della Repubblica Italiana, appassiona larghi settori del mondo democristiano, invera l’ impegno missino e sindacal-nazionale.

C’ è molto della cultura della destra italiana nel tema partecipativo, al punto che non è eccessivo dire che insieme al culto della Nazione e al senso dello Stato ne rappresenta uno degli elementi costitutivi e distintivi, vera e propria “idea forza” agitata dai suoi leader storic i, in anni in cui a farla da padrone era la lotta di classe. Di Giorgio Almirante si è molto parlato, negli ultimi giorni. L’anniversario della sua scomparsa ha fatto emergere la statura del dirigente politico, capace –per dirla con Pierluigi Battista – di contrastare le pulsioni antisistemiche e le “scorciatoie” dell’illegalità armata della destra più radicale. Ma Almirante è stato anche un convinto assertore del progetto partecipativo, visto quale “alternativa” al comunismo. Durante la campagna elettorale del 1972, proprio sul “Secolo”, Almirante, sviluppando, giorno per giorno, gli elementi essenziali della proposta programmatica del Msi, più di una volta individuò nell’alternativa sociale lo strumento essenziale per sconfiggere la cultura della conflittualità permanente e dell’esasperato classismo, allora dominanti. E facendolo richiamava il mondo democristiano alle proprie responsabilità, invitava alla piena applicazione degli articoli della Costituzione, dedicati al controllo dello sciopero, al riconoscimento giuridico dei sindacati, alla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende, respingeva le accuse di “reazionarismo”.

Capire la “destra” di Almirante significa coglierne anche le radici sociali, l’organicità delle sue risposte, la sua forza interclassista, collegandole con la nostra realtà. Certo, l’Italia di oggi è ben diversa da quella degli Anni Settanta, percorsa dalle esasperazioni ideologiche, dai radicalismi più estremi, dalle forti tensioni sociali. E tuttavia certi “sfondamenti” elettorali, su cui , specie al Nord, ci si continua ad interrogare, hanno radi ci profonde. Partire da essi, cercando di dare risposte all’altezza dell’odierna fase post-ideologica, significa ricucire i vecchi percorsi della partecipazione e dell’azionariato popolare. E magari ritrovare anche l’Almirante dello “sfondamento a sinistra”, che, nel maggio 1972, scriveva: “Noi siamo i soli capaci di portare via voti alla estrema sinistra, voti di lavoratori, voti di proletari che il comunismo aveva illuso e che le manifeste complicità del partito con le riforme fasulle del centrosinistra hanno disingannato e riscosso; i soli capaci di progredire elettoralmente anche a spese dell’estrema sinistra siamo stati e continuiamo ad essere proprio noi”. Storia di ieri e, in fondo, storia di oggi, che invita tuttavia a rispondere in modo nuovo alle nuove domande sociali. Per rinnovare una tradizione ampia e complessa. Per passare dalla cultura della partecipaz ione alla sua realizzazione politica. Per evitare che i vecchi fantasmi del classismo tornino a turbare il clima sociale.

Mario Bozzi Sentieri

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